Un Armani nel sottoscala

Sergio Nardi


7 Maggio 1981 – Primo giorno in Elit. Conoscevo l’ambiente perché lo avevo frequentato da fornitore. Provenivo da una società del gruppo, la Sasea di Milano. Mi attendeva un importante salto di qualità: da fornitore a manager.
Mi ero formato nei rigidi ambienti milanesi e poi l’occasione valeva un nuovo acquisto. Feci una follia: scelsi un Armani blu doppio petto al quale abbinai una cravatta regimental. Era proprio l’abito adatto per il nuovo ruolo di Marketing Manager.
Nonostante avessi superato l’ingresso dello stabilimento innumerevoli volte, mi sentii un po’ spaesato. Da colui che doveva servire al meglio le loro decisioni, entravo in azienda come uno che le decisioni le avrebbe assunte insieme a loro. Sentivo che il terreno veniva a mancare sotto i piedi, così l’Armani mi dava sicurezza: il portafoglio era vuoto, ma quella stampella di marca funzionava!
Conoscevo l’ambiente, come ho detto. Sapevo della propensione a gestire l’azienda in maniera ruvido - rustica da parte di una sorta d’illuminato sovrano multifunzione e semi-onnipotente, coadiuvato da un paio di volenterosi portaborse.
Però non riuscii a soffocare la mia sorpresa quando mi introdussero nella mia nuova sistemazione: l’“ufficio” era stato ricavato da un fondoscala il cui scalone sovrastante rimbombava a ogni passaggio degli impiegati in continuo saliscendi. Il rag. Fantozzi, nel suo vestito liso e consumato, avrebbe avuto una sistemazione certamente migliore della mia!
Nonostante tutto ero contento e impaziente di essere introdotto ai segreti del poliuretano. Fui invitato ad entrare nel Sancta Sanctorum dell’azienda, il Tecnicum, parola di evidente derivazione tedesca che identificava il settore esperienza e ricerca. Accompagnato dallo staff mi apprestai ad aprire cuore e mente a quello che doveva diventare  il pane quotidiano su cui concentrare i miei sforzi professionali e costruire il mio futuro lavorativo.

Lasciato il fantozziano sottoscala mi avvicinai al reparto dove mi stavano aspettando per eseguire la prova di un prodotto studiato per un importante cliente del settore elettrodomestici. Bisognava colare un liquido resinoso nel vano di una porta del frigorifero per provarne la scorrevolezza. Ero anch’io parte della squadra. Mi guardai intorno e mi chiesi fino a che punto ai loro occhi avevo effettivamente cambiato status, da fornitore a manager.
Prima di procedere alla prova, come un maestro al suo scolaretto, il tecnico si dilungò nella spiegazione teorica dei fondamenti chimici alla base del processo. Si infilò una specie di scafandro bianco da palombaro ma non chiesi nulla né mi fu detto alcunché. Il disagio continuava ma la stampella Armani mi sorreggeva. Tesi le spalle nel doppiopetto e ammirai la precisione con la quale il materiale fluiva nello stampo quasi a possederlo e seguii con occhio vigile la saturazione degli spazi e la penetrazione quasi sensuale dei suoi antri. Attendevamo ansiosi la conclusione del percorso. Io nel mio elegante abito borghese da dirigente e gli altri nei loro scafandri. L’estrazione finale del manufatto avrebbe dovuto rappresentare il coronamento degli sforzi rivolti a preparare un prodotto innovativo da immettere sul mercato. E io io ero lì con loro, nel cuore pulsante dell’azienda. Sotto i miei occhi si svolgeva un processo per il quale avrei dovuto prendere delle decisioni grazie a questo mio nuovo ruolo!
Il sottoscala fantozziano era dimenticato insieme a quel primo imbarazzo. Ero orgoglioso di essere parte della squadra. Sennonché a un certo punto il fluido, come mosso da un’energia inarrestabile, sovraumana, guidata da una mano invisibile e maniacalmente attenta, non si fermò entro i delimitati spazi tecnici. No, quel fluido cominciava a muoversi con una preoccupante e inaspettata libertà. Usciva, trasbordava, fluiva con una tale leggerezza che rimasi in silenzio perfino ad ammirarlo.  Finché esondò del tutto. A quel punto vidi un lampo che saettava i suoi bargigli liquorosi minacciosamente concentrati in una direzione ben precisa: la mia! 

Non ebbi tempo di scansarmi e fui investito in pieno da quello spaventoso tsunami che non mi diede scampo. Ricordo l’acre odore del liquido melmoso che cercava di insinuarsi dappertutto, indifferente ai miei ingenui tentativi di opporre un’ardua resistenza. Oltre all’odore ebbi anche il privilegio di testarne il sapore in quanto, quel liquido melmoso, non ebbe alcun problema a infilarsi nella mia indifesa cavità orale.
Ancora stordito e ubriacato da quell’improvvida ingestione, rivolsi la mia attenzione al resto. Realizzai con sgomento di essere avvolto da un soffice ma uniforme manto di schiuma che rivestiva con impeccabile integrità tutto il mio prezioso completino, scarpe comprese, facendone un disgustoso impiastro maleodorante.
Il tecnico aveva semplicemente dimenticato di apporre un tappo al foro di uscita dello stampo. Non era mai accaduto prima. Doveva capitare proprio quel giorno. Rividi improvvisamente il sottoscala nel quale ero stato confinato, spinto da una impetuosa onda di poliuretano che mi spingeva ai margini ricordandomi che, fino ad allora, non ero stato altro che uno dei tanti fornitori.
Dopo un’abbondante doccia purificatrice, accompagnata da uno sbrigativo quanto energico “brusca e striglia” a base di alcol, venni rassicurato sull’innocuità del prodotto ingerito e  fui anche informato che l’azienda era debitamente assicurata e che quindi, per la parte economica, non mi sarei dovuto affatto preoccupare.

Qualche giorno dopo portai diligentemente la ricevuta che il negozio mi aveva rilasciato per sostituire il mio capo. Era di poco sotto le quattro cifre.
Un personaggio dell’azienda, con aria disinvolta disse:
- Certo, questo è il valore dell’abito nuovo, ma Lei quel vestito lo aveva già usato. Perciò questo è tutto quello che possiamo rimborsare. 
Non restò che rientrare nel mio ufficio nel sottoscala.

Ah, a proposito. Quello è stato il mio primo e unico Armani!