Nella neve una voce

Fulvio Conenna


1986, Orwell era alle spalle.

A 36 anni ingrossavo le fila di quanti erano alla ricerca di un’importante occasione di carriera.

Risposi ad una inserzione per una posizione di Direttore Amministrativo. Non ero con l’acqua alla gola, anzi, all’epoca, mi aspettavo che fossero gli altri a venirmi a cercare… ma in fondo cosa costava.

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Venni convocato dall’azienda in un giorno di febbraio per il colloquio iniziale, in quel di Villanova d’Asti. Anche se non era esattamente una locazione che si potesse definire comoda, decisi di andare. Non feci però i conti col Generale Inverno a cui, in quel giorno, venne in mente di schierare le sue truppe al completo: freddo, neve, ghiaccio. L’idea di affrontare le insidie delle innevate strade della campagna astigiana m’indusse a rivedere i miei piani: risolsi che quell'opportunità, pur allettante, non valeva certo una tale trasferta disagiata e telefonai in azienda per disdire l'appuntamento.

Tuu, tuu, voce femminile che in seguito avrei imparato a conoscere bene:

“Come sarebbe che non viene? No, guardi, qui non è così tragico, anzi; sì, un po’ di disagio, ma non credo sia un problema, venga l’aspettiamo, mi raccomando, non se ne pentirà, vedrà, e poi si potrà godere un’ottima vista della campagna astigiana.”

Mi attendevo una risposta impersonale e distaccata ed invece…

Un po’ disorientato, mi passò per la mente che quelle parole potessero nascondere una premonizione, un segnale di natura trascendente che cercava di instillare nella mia esistenza limpidamente materialista un frammento di mistica predestinazione. Riflettei anche che, chissà, un’azienda al cui “sportello” rispondeva qualcuno con così amabile cordialità forse serbava dei valori, merce rara in quello scenario di algidi formalismi.

In tutto questo ragionare s’insinuò una brezza maliziosa che soffiava un velenoso dubbio: E se non trovavano nessuno per quel posto? Accantonai al momento questa ipotesi, così come scartai quella, peraltro plausibile, che il mio fascinoso appeal vocale potesse avere rapidamente incantato una ingenua fanciulla di paese.

Sospinto dalla teoria della fatalità e dalla seduzione di quella piacevole telefonata decisi di scrollarmi la pigrizia dello svogliato torinese “bogianen”. Allestii un kit di catene da neve, preparai le razioni di sopravvivenza e mi mossi. Dopo un avventuroso rally attraverso una campagna che più che piemontese mi parve ... una campagna di Russia, approdai vittoriosamente in quell’isolato avamposto del distretto industriale astigiano: una specie di fortilizio reso un po’ fiabesco dalla bianca coltre che ne ingentiliva le sagome.

"Cavolo, è un’azienda tedesca, anzi una piccola filiale italiana di una grande multinazionale tedesca; piedi per terra, sono quelli che producevano lo Zyklon, quel gas….forse mi sono sbagliato."

Il colloquio fu interessante e cordiale, nessuna traccia di elementi che avvalorassero i miei pregiudizi; anzi quella cifra di umanità già prefigurata da quella calda voce anonima mi rese quell’ambiente immediatamente amichevole. Quando uscii conclusi che quell’impresa, quella grande impresa a conduzione familiare poteva anche avere le carte in regola per favorire potenzialità ed ambizioni coniugati a dimensione umana.

Fui scelto, io scelsi e la cosa certa è che mi consegnai ad un futuro di frenetico pendolare condannato a solcare ogni giorno le strade di mezzo Piemonte, forse una nemesi per la mia indolente titubanza dimostrata inizialmente. 

Non altrettanto certa era invece la bontà di quella scelta reciproca… tutta da verificare alla prova del tempo.

 * * *

31 gennaio 2012 ore 17. Mentre mi accingo a chiudere per l’ultima volta la porta dell’ufficio e la mia presenza nel mondo del lavoro vedo dalla finestra che il manto stradale si è imbiancato e la luce del tramonto è trafitta da spessi aghi argentati. Penso che 26 anni prima quella stessa nevicata mi aveva accompagnato discreta fino all’ingresso ed ora mi sta attendendo paziente alla porta per l’ultimo commiato. Un’onda emotiva con la sua forza evocatrice mi impone i ricordi di quel lungo intervallo in mezzo alle due nevicate: qualche folata di vento, alcuni temporali, poche grandinate, ma, in genere, tanto cielo sereno con un bel sole che ha accompagnato e scaldato il mio lungo cammino verso l’età matura e che oggi, guardandolo a ritroso, mi sembra un rutilante défilé  di volti ed emozioni. O anche, se volete, una lunga galoppata a cercare di imbrigliare numeri, conti, pratiche, combattendone la loro congenita e testarda entropia, ad ascoltare tanti per dare retta a pochi, a conoscere molte persone per ricordarne qualcuna. Ma soprattutto un tragitto di esistenza percorso insieme ad un formidabile Gruppo di persone che in tutti questi anni ha avuto il grande merito di rendere più dolce il suono più odiato nella storia dell'umanità: il trillo della sveglia che annuncia una nuova giornata di lavoro.

Abituato a fare bilanci posso dire che non mi ero sbagliato a dare credito a quella voce che offriva una promessa di vivere un’avventura ricca di palpabile, preziosa umanità. Grazie a quella telefonata ho varcato la mia “sliding door”, la porta giusta dietro la quale ho trovato un ambiente caldo e stimolante in cui per tanti anni mi sono lasciato così volentieri avvolgere.