Ergastolan

Claudia Costamagna


Ero molto giovane, inesperta e bionda e stavo varcando la soglia di un ambiente fortemente maschile.

Scossi i capelli, rizzai la schiena, allungai il passo ed entrai. Da una finestra sulla facciata scorsi un’ombra. La guardia passò di lato e io sentii il suo sguardo sul mio collo. Mille occhi mi puntavano mentre attraversavo il grande piazzale. Entrai. Un po’ in anticipo. Una radio gracchiava da qualche parte. Dei colpi sordi, intermittenti, risuonavano fra le pareti.

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Il direttore, dallo sguardo e dal pizzetto mefistofelico, mi mostrò la mia postazione di lavoro e se ne andò.

Appoggiato sul centralino notai il biglietto. Era scritto con il nero inchiostro di una stilografica. Una grafia ferma e leziosa riportava questa semplice frase :

“Bionda! Benvenuta in Ergastolan… ”

Quel biglietto sembrava un ghigno sadico. I tre puntini di sospensione entrarono nello stomaco come tre bocconi indigesti. Solo dopo averli inghiottiti notai il nome dello stabilimento: Ergastolan. Non avevo scampo: ero una bionda centralinista prigioniera fra maschi condannati a vita.

La radio smise di gracchiare. Il silenzio si diffondeva come una mareggiata. Non avevo ancora incontrato nessuno.

Non feci in tempo a riporre il biglietto che scattai in piedi con un balzo per lo squillo del telefono. Sul centralino lampeggiava la luce rossa che mi imponeva di alzare la cornetta. La alzai. Una voce decisa e acida irruppe nel mio orecchio: “Bonjour, sono Clousot, l’ispettore Clousot! Mi passi alla svelta il direttore! ”

Era una prova. Si, era una prova. Non poteva essere altrimenti che una prova! Ero appena stata assunta, ero in prova per tre mesi. Raccolsi a fatica il mio sangue freddo mentre i secondi passavano. Dovevo rispondere. Non potevo esitare tanto. Andavano di moda quelle prove. Inviavano i dirigenti e i quadri a trascorrere week end nella giungla per forgiare il carattere. Ora mettevano alla prova me al primo giorno di lavoro. Ancora oggi non so perché risposi a quel modo, quale strano meccanismo determinò la mia reazione.

“Ispettore – dissi – il direttore ha lasciato un messaggio per lei. Glielo leggo.”

Con voce ferma e chiara cominciai a leggere un biglietto inesistente che nella mia fantasia si componeva parola dopo parola, frase dopo frase.

“Caro Ispettore, devo partire per Ludwigshafen per recuperare una foto della massima importanza. Quella foto rappresenta la confluenza del Reno con il Neckar che avviene proprio all’interno del nostro stabilimento BASF in Germania. E’ per una nobile missione e, mi vorrà scusare se non posso essere disponibile per alcuni giorni. Cordialmente, il Suo Direttore.”

Una foto? Una confluenza di fiumi? Una nobile missione? Mi sentivo avvampare. Come avevo potuto dare una risposta simile? Ero in preda alla follia? Ma chi credevo di essere?

Proprio quando sentivo che le gambe stavano per cedere, una seria impiegata in tailleur grigio e maglia color prugna si affacciò alla porta : “Bionda! Vieni con me!” Mi ordinò seccamente. E io la seguii lungo il corridoio dell’Ergastolan fino a che entrai in un ufficio buio.

Si accesero le luci e un fragoroso applauso accompagnò i sorrisi di alcuni giovani colleghi e colleghe che mi porgevano una scatola di cioccolatini Mozart.

“Benvenuta al tuo primo giorno di lavoro in Ergastolan, Bionda!”

Tirai un sospiro di sollievo: non era che il primo di una lunga serie di scherzi. Finti ordini di H2O, gavettoni….Non potevo certo immaginarlo, quando stavo attraversando il grande piazzale dell’Elastogran, pardon, dell’Ergastolan!

 

PS: il mio fidanzato di allora, insegnante di Geografia, mi aveva detto: se ti assumono forse visiterai lo stabilimento di Ludwigshafen, allora mi porterai, per il mio nuovo libro, la fotografia della confluenza tra i due fiumi.” E così accadde.